Capitolo II: Il chiostro

scritto da innuendi
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tratto da: Il parcheggio degli esseri umani
- Nota dell'autore innuendi

Testo: Capitolo II: Il chiostro
di innuendi

Il chiostro stava lì, mezzo marcio, dimenticato da tutti.

La statua di San Benedetto al centro, con la mano alzata come a benedire o a minacciare, non si capiva. Di giorno era morto. Di notte cambiava pelle. L’istruttore dei piccoli si sedeva sui bordi della vasca, piegato su se stesso, perso nei suoi pensieri e nel fumo. Non controllava niente. Forse non voleva. Forse aveva già capito che certi ragazzi non li raddrizzi nemmeno con il fuoco. Noi restavamo fuori, nell’ombra del muro medievale. Non serviva avvicinarsi troppo. Bastava respirare.

Quell’odore dolce, denso, fuori posto, ci riempiva la testa prima ancora dei polmoni. Per qualche minuto smettevamo di essere quelli sotto controllo, quelli da raddrizzare, quelli da tenere a bada con bastonate e preghiere.
Diventavamo altro.

Più grandi, ci dicevamo.

Ma era una bugia comoda, di quelle che ti racconti mentre ti tremano le mani. Eravamo solo quattro ragazzini che rubavano aria diversa per non soffocare nella loro.
E in quel posto bastava quello per sentirsi vivi.
Vivi come i grandi che bevono whiskey da bottiglie rotte e ridono perché almeno il vomito è roba loro.

Il sabato era diverso. Dopo le tredici, finita la scuola, il piazzale fuori il monastero si trasformava. Gli insegnanti che salivano dalla città con le loro facce normali, i cappotti puliti, l’odore di caffè e di vita vera ancora addosso. Entravano, facevano lezione, poi sparivano. Come fantasmi gentili. Noi restavamo.Padri, madri, qualche macchina parcheggiata male. Voci, richiami, mani che si agitavano. Qualcuno veniva preso per le spalle, qualcuno riceveva uno schiaffo leggero e un sorriso. Roba semplice. Roba da fuori. Non per noi. Io, Pietro, Franco, Martino… spesso restavamo lì.
Fermi. A guardare gli altri andarsene.

I nostri genitori non salivano sempre. A volte mai.

All’inizio faceva male, poi no.

Poi è diventata una cosa nostra.
Un’altra. Quando il piazzale si svuotava e restava solo qualche educatore svogliato o prete con la sigaretta spenta in bocca, ci bastava guardarci.

Non servivano parole.

Scappavamo. A piedi, giù per i tornanti.
Strada lunga, curve strette, asfalto che sembrava non finire mai. Scendere era facile. Era salire che ti ricordava dove stavi davvero.Io correvo sempre troppo.

Mi arrampicavo sui muri del monastero, quelli vecchi, medievali, pieni di crepe e di storia che non gliene fregava un cazzo di quattro ragazzini snati torti. Le mani si graffiavano, le scarpe scivolavano sul muschio, ma arrivavo sempre dall’altra parte.
Cadere per strada era parte del gioco.
Sbucciarsi le ginocchia, sporcarsi di terra e sangue caldo. Era l’unico modo per sentire qualcosa che non fosse deciso da altri.

Lungo la strada allungavamo il pollice. Come si faceva una volta, quando tutto era più ingenuo. Le macchine passavano. Rallentavano a volte. Ci guardavano. Poi tiravano dritto.

Meglio così.

Quando non si fermavano ridevamo, una risata cattiva, nervosa. Quella discesa era nostra.
Nessun orario. Nessuna regola. Nessuno che ci dicesse come stare al mondo.

Solo noi quattro, la polvere, il sudore che colava negli occhi, la sigaretta fumata a turno e quella sensazione sporca, elettrica, di libertà.
Durava il tempo di una fuga.

Poi, prima o poi, si tornava indietro.
Sempre. Perché in fondo sapevamo che il chiosco, l’Orco e la camerata ci aspettavano e a volte anche i ceci.

E forse era proprio quello che rendeva dolce ogni discesa: sapere che alla fine la gabbia era ancora lì, aperta solo per un pomeriggio.-

Capitolo II: Il chiostro testo di innuendi
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